piccoli equivoci senza importanza
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tango
Inquadratura dal basso, bandoneon e seggiole di legno. Qualche avventore in sala e un paio di occhi vigili che bivaccano su una pelle bianca quanto un cartone di latte in scadenza. Lei si alza, di scatto, getta i suoi umori nella sala e si dirige con superbia verso il centro pista. Parte la Cumparsita, e poco dopo del mondo non resta che un pacco semi-chiuso, un refuso tagliato via, un cappotto abbandonato in lavanderia e lasciato ad ammuffire per chissà quanto tempo, altrove, in giacenza. E mentre la guardo, e mentre tutti la guardano, penso che non ho mai indossato un paio di scarpe così lucide da meritarmi uno spettacolo del gene
at last
Affondi il mento sulla spalla destra mentre la linea del collo ricama con cura il chiaroscuro della stanza. Mi stai dicendo che da domani sarà tutto diverso e che soprattutto ogni cosa sarà tornata al suo posto, altrove, in un universo fatto di fogli sparsi e matite spuntate. Non hai più stretta per soffocarmi, e d’altra parte un universo non esiste se tutte le volte ce lo dobbiamo inventare. Me lo comunichi col gelo delle tue lacrime, che battono calde sulla mia pelle sudata. Sudata come un fiume che scorre rapido dalle palpebre al pavimento. Sudata di te, di noi, della nostra convalescenza. Che se vorrò cercare, domani, dovrò allungare le mani fino a sentire i
lilac wine
Lo prendo quel treno, cambio a Firenze Santa Maria Novella, mi accendo una sigaretta sulla banchina sudicia della sala d'aspetto e poi tutta una tirata fino allla Centrale di Parma. Scendo, prendo l'autobus, suono il campanello, mi spoglio, ti caccio la lingua in bocca e facciamo l'amore fino a confondere i gemiti con le imprecazioni assonnate della nettezza urbana. Mi rivesto, faccio 334 chilometri a ritroso e parcheggio il treno sotto casa, in divieto di sosta. Sogni d'oro, mon amour.
cronache di un sabato sera
Solo. Solo mentre il mondo affronta il sabato sera con il vestito migliore e le persone trovano il coraggio di uscire di casa stirando le marce verso la tangenziale.Eccoli, stipati in fila indiana come carne da macello davanti ai registratori di cassa; posso sentire ansimare e battere forte di tacchi, posso sentire il rumore del fiato rotto dalle scalette del centro, lo scalpiccio sui sampietrini sdruccioli del corso, le risa scomposte e i clacson stonati della terza fila. Da qui, io posso anche sentirli imprecare.Solo. Solo mentre i subwoofer pompano i bassi ai quattro angoli della città disseminando indifferenza nel mio circolo
marmore
Ai piedi dell’Appennino reatino, poco dopo il paesino di Marmore, lungo la statale di Moggio e poco prima della galleria di Montelungo, c’è un piccolo chiostro con dentro una ragazza in grembiule che serve il caffè. Ha i capelli castano scuro raccolti in chignon, ombretto verde-acqua sulle palpebre e niente fondotinta a mascherare la sua carne pallida.Mi accoglie con un sorriso celibe e m’invita al bancone, spolverando con un rapido movimento del braccio ogni piccolo granello di zucchero che ostacola il nostro campo d’azione. Denota anni di apprendistato quel movimento rapido e per nulla calcolato. E io lo annuso. E lei lo sa.- Un caffè, grazie.
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